Coltelleria Einstein
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  Spazio delle idee 

     Etica, sport e teatro



STORIE DI SPORT
Antologia



SPORT un’azione, una  reazione, un’emozione unica

Era martedì

Sport ed Etica

Triathlon

La gara

Ero al settimo cielo


           


                                                                                                                                                                                                  

SPORT un’ azione, una  reazione, un’ emozione unica

C’erano in una scuola tre ragazzi di nome: Giorgio, Marco, Luca.
Essi si odiavano a vicenda per i loro diversi modi di fare e per le loro diverse abitudini, però tutti e tre erano molto sportivi: infatti  Giorgio giocava a calcio, Marco a basket e Luca a rugby. La scuola non era il loro forte.
Un giorno, durante l’intervallo, dopo tanti scherzi,  prese in giro e insulti, i ragazzi si picchiarono.
Il preside li sentì, e quando li vide disse: - Ma che cosa state facendo, basta!!! -, però era una persona buona, così pensò a qualcosa di  più leggero di una nota o un brutto voto in condotta.  Voleva trovare  qualcosa che li facesse riflettere sul loro comportamento, facendoli  lavorare insieme. Ci pensò un attimo e trovò la cosa giusta: scrivere  una poesia su un  argomento a piacere.
In tanto, Giorgio, Marco e Luca chiedevano disperatamente di non essere puniti severamente.
Quando se ne andarono, si guardarono con  aria di sfida.   Entrarono in classe mentre il preside spiegava alla  professoressa di italiano che avrebbero dovuto scrivere una  poesia, ma  non le disse perché.  Aggiunse poi che loro tre dovevano stare vicini di banco e infine disse loro sotto voce :- Per questa volta chiudo un occhio  e non dico niente a nessuno però alla prossima …..- , salutò e se ne andò, così la lezione continuò tranquillamente.
Finita la mattinata  Giorgio piantò in asso tutti e uscì, Marco lo raggiunse e Giorgio lo investì : - non me ne frega niente di te , puoi andartene al diavolo, piuttosto rischio di essere sospeso, ma non ho nessuna intenzione di mettermi con voi a pensare a una stupida poesia-. E Marco : - perché hai paura di prenderle ancora ?-  Stavano per  azzuffarsi di nuovo quando sopraggiunse Luca: - smettetela è ora di finirla ! non avete capito che il preside vuole solo  che diventiamo amici? noi possiamo fare finta tanto per accontentarlo, e scrivere una poesia senza significato e finirla lì, poi ognuno per la sua strada.- - Ok ,si può fare, adesso però vado all’allenamento - Giorgio : - io ce l’ ho alle sei - Marco : - pure io -. A quel  punto i loro occhi si incrociarono e per la prima volta si guardarono davvero.
Tutti insieme dissero : - Ecco la nostra poesia ! Lo sport-.
Il  giorno seguente era Sabato e quindi non andarono  a scuola , però in tarda mattinata si chiamarono per mettersi d’accordo su quando avrebbero scritto la poesia : -Pronto… ciao sono Luca  , volevo chiedervi quando iniziamo la poesia?.- Giorgio rispose: - Potremmo  domani? .  Luca disse : - si ok-  poi  Marco  replicò dicendo: - si anche a me piacerebbe però dovrei chiedere a mia mamma perché penso di avere una partita di  basket- poi Luca propose: -io e Giorgio potremmo venire a vedere la tua  partita e poi lavorare sulla poesia?  , però anch’ io  dovrei chiederlo a mia mamma – e Giorgio aggiunse  : - si non è male come idea però ovviamente come voi due devo chiedere a mia mamma- e con una stranissima sincronia  la mamma di Luca e quella di Giorgio dissero: - no, hai la partita.- per caso, di nuovo ci fu una sincronia perfetta tra Giorgio e Luca, dissero:  - scusate ma ho la partita anch’io- allora Marco disse: - vabbè vuol dire che sarà per  Lunedì - , e  così si accordarono.
Il giorno seguente andarono alle partite, e tutti e tre si trovarono  sempre in una situazione di pareggio, nonostante gli sforzi e tutto l’ impegno, ma a un certo punto a un minuto dalla fine,  nella partita di Giorgio fecero un fallo in area di rigore e tra tutti  quelli che volevano battere il calcio di rigore l’allenatore scelse  proprio lui anche se aveva paura di sbagliare. Invece  nella partita di Luca gli assegnarono il tiro piazzato dopo la meta, anche se non era bravissimo a batterlo, ed infine, per lo stesso motivo di Giorgio a Marco assegnarono il tiro libero , e con una sincronia perfetta  fecero un tiro strepitoso  e grazie a loro tre ognuno vinse la propria partita 
Così il giorno dopo quando si riunirono per  la poesia,  capirono che avevano fatto più o meno la stessa cosa ma in tre sport diversi, così dal loro cuore uscì questa poesia:
sport
gioco
di gioia
di dolore
è un modo  infinito
vittoria si
ma che importa
se dentro resta la fiamma
io voglio  vincere tu vuoi vincere
ma ci guardiamo negli occhi.
E’ un’ azione, una  reazione, un’ emozione unica


Di:  B.  E.   (individuale)


Era martedì

 Era martedi’ quattro febbraio 2012, eravamo in classe e stavamo assistendo ad una lezione di Storia.
 La professoressa ci stava spiegando un nuovo periodo storico, ma ad un certo punto, troviamo un collegamento con lo sport, quindi cominciamo a discutere.
 L’insegnante ci spiegò che, a suo parere, il calcio è uno sport dove ci sono persone, soprattutto allenatori delle giovanili, che, pressando troppo i ragazzi, li portano a commettere grandissime scorrettezze, pur di portare a casa la vittoria.
 Io no la pensavo così, perché il calcio per me è solo divertimento.
Ormai era finita l’ultima ora e tornammo tutti a casa.
 Io alle 15 in punto avevo la partita più importante, un match che avrebbe deciso il futuro della nostra squadra.
 Andammo a Casale a giocarci il derby, il classico! Arrivammo con un’ora di anticipo.  eravamo tutti lì, controllavamo il campo per sapere che tacchetti mettere; nessuno parlava, la tensione saliva ed è proprio in quel momento che nascono incertezze, paura di non farcela, però il nostro mister ci aveva radunati intorno al cerchio del campo e ci ribadiva il concetto citato dal Presidente della Società all’inizio dell’anno; e cioè ”Rimanere a testa alta, anche dopo una sconfitta, perché se tra un centinaio di ragazzi siete stati scelti voi, un motivo ci sarà, perciò adesso basta avere timore, si entra in campo e si fa quello che abbiamo provato in settimana e poi ragazzi ricordate, è una partita di calcio, non una guerra!”
Dopo questo discorso, ci recammo nel nostro spogliatoio per indossare la divisa di gioco.
Erano le 15 in punto, ed entravamo in campo. Sugli spalti erano presenti i tifosi del Casale, che rumoreggiavano e fischiavano quando noi eravamo in possesso della palla.
La partita, al quindicesimo del primo tempo, si sbloccò con un gran tiro di “Pepito” un mio compagno, soprannominato così per le sue origini spagnole.
Il tifo “nero stellato” si fece sempre più pesante, con insulti e offese ai componenti della nostra squadra.
Finì il primo tempo con il risultato  di una rete a zero per noi.
Nell’intervallo, il mister ci fece i complimenti per la “correttezza agonistica” che avevamo dimostrato.
Il secondo tempo iniziò e ormai dominavamo la partita, sembrava fatta!
Era il trentacinquesimo minuto, quando loro batterono un calcio d’angolo ed io respinsi il pallone con la testa, che andò a finire ai piedi di un compagno che, a sua volta, fece un lancio in profondità per il “Pepito” che, con la sua velocità, saltò due avversari, era ormai davanti al portiere, quando il difensore del Casale fece un’entrata da dietro ai danni del mio amico. il clima si fece ostile e sulla tribuna ci fu una rissa tra genitori, in campo le due panchine si scontrarono, noi eravamo sconvolti tra il marasma totale ci stringemmo le mani e ci abbracciammo, in segno di amicizia, per mostrare alla panchina e alla tribuna che il calcio, come qualsiasi altro sport, soprattutto per i ragazzi, deve essere un divertimento e un luogo dove si fanno nuove amicizie; e non dove si impara a giocare scorrettamente ai danni degli avversari.
La partita si concluse uno a zero a nostro favore.
Io andai a casa felice, perché alla sera, finita la cena, invece di guardare la TV, andai a ragionare sul gesto effettuato dai ragazzi in campo ed i successivi applausi della tribuna e delle panchine. Vorrei che tutte le partite si disputassero con correttezza e che vincesse chi se lo merita veramente!
E poi, in fondo…
La professoressa aveva proprio ragione!

M. G.   classe 3° D Vochieri


Sport ed Etica

Il termine “sport” non ha origini antiche, ma l’esercizio fisico è nato con l’uomo.
Nella preistoria, sia per procurarsi il cibo, sia per difendersi dalla natura impetuosa, sia per opporsi alle belve, egli doveva mantenersi in forma e ben allenato.
Nacque così tutta una serie di esercitazioni fisiche per questo scopo. E poiché era necessario mettersi a confronto con altri individui, inferiori o superiori, nacque naturalmente il senso agonistico, per uomini che sentivano un comune destino di vita.
Poi i Greci inventarono le olimpiadi e i Romani avevano “una mente sana in un corpo sano”.
Gli Antichi ci hanno insegnato che nello sport gli atleti dovrebbero cimentarsi in tutta la loro forza fisica, in tutta la loro bravura e destrezza, senza però cercare di raggiungere unicamente la vittoria e, soprattutto, senza usare mezzi sleali.
Secondo il mio parere, i veri sportivi non dovrebbero essere pagati così tanto come succede oggi, ma dovrebbero gareggiare per migliorare se stessi, nel corpo e nella volontà, che è tanto necessaria nello sport come nella vita. Inoltre gli atleti dovrebbero vedere nella vittoria un giusto riconoscimento dei propri sacrifici, da raggiungere con lealtà e cavalleria.
Spesso, però, avviene il contrario, ed è penoso vedere questo sano divertimento trasformarsi in una lotta fatta con cattiveria che sembra proprio odio. Ad esempio, il calcio, come lo si gioca oggi, non è affatto una competizione cavalleresca, ma una mischia di persone il cui unico scopo è il guadagno e il goal, da raggiungere in qualsiasi maniera.
Quando ero piccolino mi hanno iscritto al calcio, come le bambine andavano a danza e poi perché mio nonno era stato medico sportivo.
Così con la mia maglia grigia nuova e il mio nome scritto in rosso sul retro, sono andato ai primi allenamenti. Tutti bambini di sei anni, ai quali veniva insegnato dall’allenatore a ricorrere a sgambetti, calci, falli l’uno contro l’altro per impossessarsi del premio: una…palla. I genitori sugli spalti pronti ad insultare i piccoli figli degli altri perché ostacolavano la “carriera” del loro. Quindi discussioni accese e qualche volta zuffe vere e proprie. Quel mondo non faceva per me. Ho ripiegato la maglia grigia, che è finita in fondo ad un cassetto.
Filippide 490 A.C., battaglia di Maratona. Greci contro Persiani. I greci vincono ma è solo una battaglia, la guerra è ancora lunga. Bisogna che gli ateniesi, a capo della guerra, sappiano della vittoria, perché la tentazione di arrendersi non si impossessi di loro. Ma Maratona dista da Atene 42 km. Tanti.Troppi. Ecco che si propone Filippide, un soldato, non un generale, che fa i 42 km tutti di corsa, senza fermarsi. Arriva e dice; “Gioite, abbiamo vinto!” E poi muore.
E ora, Alex Schwazer, campione olimpico di marcia 50 km, più o meno lo stesso percorso.
Squalificato, per aver fatto ricorso a droghe per vincere. E’ chiaro che lo sport di oggi non è più una questione di lealtà verso gli altri e di onore verso se stessi.

L. M.   3°D  VOCHIERI 


Triathlon

Per me lo sport non è solo un’attività fisica. Io penso che per avere un po’ di successo in ambito sportivo, non serva solo avere un fisico eccezionale, perché le competizioni si possono vincere solo con il cuore e la determinazione. Un’esperienza che mi è servita e mi ha aiutato ad appassionarmi allo sport, capendone i valori morali, è stata una gara di atletica di quasi un anno fa: era esattamente il 15 maggio 2013.
Quel pomeriggio per la mia categoria era programmato un triathlon composto da: 60 metri ostacoli, getto del peso e 600 m. A causa della pioggia incessante, che cadeva dalla notte precedente, i 60 m ostacoli vennero “sostituiti” dai 60 metri piani. Quando cominciarono le batterie dei 60 piani riuscii a cavarmela piazzandomi in quarta posizione. Circa mezz’ora dopo, ci spostammo verso la pedana del getto del peso, la mia specialità. In questa disciplina ero sicuro che sarei andato bene, infatti, nonostante alcuni avversari avessero una tecnica migliore rispetto alla mia, feci il lancio migliore: 8,40 m, dando quasi mezzo metro di distacco al secondo. A questo punto mancava solo l’ultima disciplina: i 600 m. Nelle gare di resistenza non sono molto bravo, ma quel giorno ero in forma e dopo 100 m mi portai in prima posizione e colsi l’occasione per provare a staccare gli avversari, a metà gara il ragazzo che era secondo scivolò sulla pista bagnata e cadde, rallentando la corsa degli altri.
Ormai ero sicuro di vincere e decisi allora di rallentare. Come non detto, un ragazzo riuscì a raggiungermi e superarmi. Alla fine, nella classifica provvisoria, ero secondo e mi aggiudicai la medaglia d’argento. La mia gioia era incontrollabile, però quel giorno ricevetti più insegnamenti: il ragazzo che vinse mi fece capire che non bisogna mai essere sicuri della vittoria fino alla linea del traguardo, ma , in particolare, la mia società mi fece capire che l’unico modo per ottenere buoni risultati è crederci sempre, infatti, dopo i risultati disastrosi del 2012, gli istruttori e il custode continuarono a darmi fiducia e ad incoraggiarmi sempre: da quel giorno, capii che l’Atletica Alessandria è la società migliore.


M. C.    - ISTITUTO C. CARDUCCI-VOCHIERI 3° Df


La gara

La gara era stata fissata per l’ultimo giorno di scuola, così tutti i giorni andavo lì, sul campo di atletica per allenarmi duramente: volevo vincere a tutti i costi!
I miei allenatori si aspettavano molto da me e non mi importava di niente e di nessuno, il mio unico scopo era vincere. La maggior parte delle volte tralasciavo lo studio per allenarmi, anche se sapevo che prendevo brutti voti, ma io volevo vincere e basta, il resto non mi importava. Durante qualche allenamento, alcune mie compagne si erano sentite male, alcune erano svenute per il caldo e altre avevano avuto un calo di zuccheri, ma io resistevo al calore, alla fatica, alla stanchezza, anche se mi dispiaceva non aiutare le mie compagne, infatti ci sono rimasta molto male.
Si avvicinava il giorno della gara, avevo fatto gli ultimi allenamenti e poi ero rimasta qualche giorno a casa per riposarmi.
Arrivato l’ultimo giorno di scuola, avevano appeso sulla porta i risultati, andai a leggere, numero 24…bocciata! Corsi subito a casa, ero arrabbiata e piangevo, non capivo come poteva essere successo. Mia mamma mi raggiunse in stanza, aveva capito tutto! Mi consolava anche se stava piangendo anche lei, però non si arrabbiò e mi disse che il prossimo anno mi dovevo impegnare di più. Due ore prima della gara mi recai al campo e iniziai il riscaldamento, insieme alle mie compagne.
Erano le 18, qualche minuto e la gara sarebbe iniziata. Ero agitata. la gara dei 1.000 metri mi stava aspettando! Mi posizionai insieme alle mie compagne ed ad altre ragazze di altre società e…il giudice sparò, io ero partita ed ero prima, mancavano solo 200 metri, vidi una compagna svenire dalla fatica e dal caldo. Mi ricordai di come mi ero sentita quando non le avevo aiutate, quando in precedenza non si erano sentite bene e così rinunciai a vincere per aiutarla e l’ho portata in infermeria. Nel frattempo la gara si era conclusa. La mia compagna si sentì subito meglio e anch’io mi sentivo bene, perché l’avevo aiutata e avevo scaricato tutta la mia tensione che avevo accumulato.
Alla fine non mi importava più di vincere! Ero diventata più socievole e, quindi, mi ero fatta molti amici. L’anno dopo ho studiato di più ed ero stata promossa, andando sempre tutti i giorni ad allenamento.
Si dice ”Mens sana in corpore sano”. Già, gli Antichi avevano capito che chi pratica sport, impara meglio perché la fatica fisica aiuta a scaricare la fatica mentale.
Praticare uno sport significa voler bene al proprio corpo perché fa crescere la forza, la massa muscolare si sostituisce al grasso e il corpo si muove meglio e con più coordinazione.
L’episodio mi ha insegnato che i veri atleti sono coloro che sanno accettare la sconfitta, ho imparato il vero significato di amicizia e quindi il sapere uscire dalla solitudine e ho imparato a socializzare con i miei amici.
Lo sport, quindi, fa sempre bene, sia sul piano fisico che mentale, insegna la generosità, il rispetto e l’amicizia!


M.  R. 3°D  -  VOCHIERI



Ero al settimo cielo

Riguardo all’argomento sport ed etica voglio raccontare un episodio che mi ha toccato personalmente e mi ha fatto crescere sotto tanti punti di vista.
Comincio con il presentarmi: mi chiamo Umberto, ho tredici anni e frequento la scuola media “Andrea Vochieri”. Sono un ragazzo solare e sportivo. proprio per questo pratico uno sport che amo, il calcio!
Questo sport non è ben considerato, forse perché molti conoscono solo l’aspetto peggiore e mediatico di questa disciplina.
Ho iniziato a giocare all’età di sei anni.
Ho trascorso i primi tre anni in una squadra minore di Alessandria (la Don Bosco).
In quel periodo ero allenato da un Mister burbero e severo, che però ha sempre saputo apprezzarmi per come ero e per quello che facevo.
La scorsa stagione sono passato all’Alessandria Calcio, ciò è stato per me un momento di grande soddisfazione ed orgoglio.
Lì ho incontrato un Mister che fin dai primi allenamenti mi ha rispettato e ha saputo valorizzarmi.
Infatti già dalle prime partite iniziali di campionato ho cominciato a giocare esordendo come capitano, e non è poco! Nonostante scendessimo in campo contro squadre molto forti come Torino o Juventus e subissimo spesso delle sconfitte, mai una volta il Mister ci ha sminuito o mortificato.
Ha sempre creduto in me, non dando importanza alla mia altezza e alla mia potenza fisica. Grazie a questo, ho costantemente incitato e incoraggiato i miei compagni, sia nello spogliatoio che in campo anche se le sconfitte mi infastidivano.
Sfortunatamente, la stagione successiva il Mister cambiò ed iniziò un periodo difficile, durante il quale è avvenuto l’episodio che mi ha permesso di maturare notevolmente. Infatti, fin dai primi tempi, ho capito che non sarei più stato il capitano e che avrei avuto un ruolo marginale all’interno della squadra: avrei trascorso la maggior parte del tempo in panchina, ad aspettare eventualmente di entrare in campo, soprattutto perché il mio fisico e la mia altezza mi svantaggiavano.
A quel punto ho pensato veramente di abbandonare la squadra. Ma io sono testardo e ho un carattere che non mi permette di arrendermi facilmente, punto sempre al massimo e do il meglio di me in tutto ciò che faccio.
Ho continuato ad allenarmi seriamente, con molto impegno, tentando di far cambiare idea al Mister.
Dopo mesi di duro lavoro, ma anche di delusioni e di numerosi pianti, è arrivato il giorno da me tanto atteso e desiderato.
Eravamo negli spogliatoi per il solito discorso di inizio allenamento ed ero pronto a ricevere l’ennesima delusione. Ad un certo punto il Mister mi interpellò.
Io, che non ero attento perché sapevo che non avrei avuto un ruolo fondamentale nella squadra, ho sentito di sfuggita pronunciare il mio nome nella rosa dei titolari. E non è tutto!
Il Mister mi aveva scelto come capitano. Secondo lui meritavo questo incarico, anzi, non l’avevo mai perso!
Mi ha elogiato per l’impegno, per non essermi mai arreso e per aver fatto di tutto per riconquistarmi un posto!
Ero al settimo cielo!
Grazie allo sport e a tutto quello che ho vissuto e che mi è stato trasmesso, ho imparato che, per guadagnarsi grandi soddisfazioni, bisogna “mettere in campo” tanto impegno e tanta costanza, non mollando mai! Sicuramente, tutti questi sacrifici nel tempo vengono riconosciuti!
Sono molto fiero di me!

C. U.  - 3° D - VOCHIERI